
Nel cuore di Clusone, sorge la chiesa del Paradiso, edificata nel XV secolo come parte di un antico complesso monastico. In questo racconto, il Maestro Mino ci riporta indietro nel tempo, condividendo alcuni frammenti della propria infanzia vissuti all’ombra di un edificio che è stato molto più di una semplice chiesa.
La chiesa del Paradiso, edificata nel XV secolo come parte integrante di un monastero, conserva per me moltissimi ricordi. Il sagrato, piccolo com’era, per noi bambini era un vero campo da calcio. Bastavano due pietre per le porte e un pallone di pezza, si giocava per ore, finché non arrivava Don Dario, che con passo deciso ci interrompeva e ci mandava via. E noi, tra un mugugno e una risata, scappavamo da tutte le parti.
Avevo uno zio prete, e forse per questo tutti pensavano che anch’io avrei preso quella strada. La nonna ci sperava, e ogni tanto, per sicurezza, mi chiudeva nel cortile, cercando di tenermi lontano dalle monellerie, ma io ero uno scapestrato e riuscivo sempre a scappare da qualche parte. Alla fine, però, riuscirono a “inquadrarmi” almeno come chierichetto. Il sabato pomeriggio ci si ritrovava in una piccola saletta della chiesa dove si facevano le prove e ci interrogavano per ripassar la messa in latino. All’epoca eravamo tutti maschi, e c’era una piccola organizzazione ben rodata, una società di ragazzi con le sue regole silenziose, i suoi ruoli e le sue gerarchie. Si cominciava portando solo il candeliere durante la messa, poi, pian piano, si saliva: il secondo gradino era servire sull’altare, e il terzo, il più prestigioso quando ormai si era prossimi alla “pensione”, era maneggiare il turibolo. Era un onore perché si saliva sull’altare solo tre volte per messa, il resto del tempo lo si poteva passare in sagrestia, dove — diciamolo — ci si lasciava andare a qualche risata e gioco. Tra questi, c’era il celebre torneo del turibolo: il gioco consisteva nel farlo ruotare a gran velocità senza far cadere i carboncini ardenti, grazie alla forza centrifuga. Il nostro campione era un ragazzo che oggi è missionario, ma un giorno, mentre faceva girare il turibolo, la catena si spezzò. Il carbone ardente volò dappertutto e il turibolo capitolò sopra l’armadio della sagrestia. Nel frattempo sull’altare nel bel mezzo della messa, l’arciprete ci stava aspettando, ovviamente non vide arrivare nessuno. Aspettò qualche istante, poi, intuendo il disastro, venne in sagrestia. Ci trovò tutti lì, arrampicati sull’armadio, impegnati a recuperare i pezzi del turibolo come piccoli ladri colti sul fatto. Inutile dire che il torneo del turibolo finì quel giorno.
C’era anche un altro momento speciale che aspettavamo ogni anno: dopo la festa dell’Addolorata a settembre, ci si ritrovava come chierichetti a suonare le campane, era il nostro concerto. Si saliva nel campanile fino a circa tre quarti dell’altezza, tra vecchie pietre e una piattaforma che ospitava le corde collegate alle campane. I chierichetti venivano disposti intorno alle otto campane, ognuno aveva la sua. L’organizzatore dirigeva come un vero maestro d’orchestra. Oggi non si fa più, tutto è diventato elettrico. Ma quei suoni, quei momenti, restano impressi nel cuore. E a pensarci ora, sembrano quasi un sogno — un tempo in cui bastavano una corda, un turibolo o una palla di pezza per divertirsi e sentirsi parte di qualcosa di grande.
“Archivio Fotografico Cesare Cristilli. MAT – Museo Arte Tempo Città di Clusone”